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Quella volta in cui ho imparato a non fidarmi di chi parla male dei concorrenti

Manichino che indossa giacca scura e macchina da cucire antica

Quando stavo ancora imparando a cucire, mi è capitato di fare uno “stage” di pochi giorni in una sartoria. Le virgolette sono d’obbligo: è stata un’esperienza brevissima, e l’unica cosa che mi ha insegnato non aveva nulla a che fare con il cucito.

Me lo aveva trovato il mio ragazzo dell’epoca. Ero appena uscita dalla scuola professionale di abbigliamento, acerba e desiderosa di imparare il mestiere sul campo. Una sartoria vera, con clienti veri, sembrava il posto giusto.

Quel negozio che guardavo con occhi sognanti

Ci passavo spesso davanti, su quella strada che percorrevo quasi ogni giorno. In vetrina c’erano abiti da sposa, e io li guardavo con quegli occhi che si hanno quando si è giovani e si crede che tutto sia possibile.

La sartoria era al piano di sopra. Sotto, quel mondo bianco e sofisticato della vetrina. Sopra, uno stanzino che puzzava di olio per macchine usato da troppo tempo.

Mentre scrivo, mi viene da sorridere: proprio l’altro ieri ero al mio corso in presenza e spiegavo che quando si sente quell’odore è già quasi troppo tardi. La macchina va oliata molto prima che l’odore arrivi. È buffo come sia stata la prima cosa che mi viene in mente.

Le macchine erano tutte industriali, ancora in ghisa, color argento e azzurro metallizzat,. Davano a quell’ambiente un aspetto ancora più cupo di quanto non fosse già.

I grugniti del mattino

La proprietaria era una signora anziana che passava le giornate a dire parolacce e lamentarsi della schiena. Aveva come aiutante un’altra signora della sua stessa età, minuta, con lo scüsal pieno di fili.

Lo scüsal è una parola dialettale: è quel grembiule a fiori, di solito verde o azzurro, che le signore anziane indossano in casa.

Le due mi accoglievano ogni mattina con un grugnito. Io, poco più che adolescente e molto timida, rispondevo con un buongiorno appena sussurrato.

Quelle giornate erano scandite dai miei sussurri, dai loro grugniti e dalle lamentele sulla schiena. (Siano benedette le sedie da ufficio per cucire. Anch’io ho qualche problema alla schiena, ma con quelle è tutta un’altra storia.)

Non facevo molto: principalmente scucivo. E probabilmente lo facevo anche male, a giudicare dalle urla che arrivavano. Stavo ancora imparando.

La lezione più importante

Un giorno arrivò una cliente per la prova di un abito da accorciare. La proprietaria fece un balzo sulla sedia, dimenticando in un istante tutti i dolori alla schiena, e in due passi era già lì ad aiutarla a salire sulla pedana.

Le girò intorno riempiendola di complimenti. Quanto era bella, quanto le stava bene, quanto le brillassero gli occhi.

La ragazza, a un certo punto, fece l’errore di dire che la sua testimone sarebbe andata in un altro negozio.

La proprietaria si irrigidì appena. Poi sorrise.

“Oh, non ha mica intenzione di andare da loro? La loro sarta è una deficiente. Lo sa che ha rovinato tre abiti l’anno scorso?”

La ragazza rimase interdetta. Disse che lei sembrava abbastanza soddisfatta.

“Lasci stare. Probabilmente sua amica è stata fortunata. Non sa quante volte ho dovuto sistemare io i disastri di quella. Perché poi tutti vengono da me, lo sanno che solo io posso rimediare, comunque abbiamo anche noi degli ottimi vestiti da cerimonia per la sua amica.”

La cliente andò via un po’ interdetta, dicendo che appena arrivata a Casa avrebbe chiamato la sua amica.

Qualche giorno dopo, mentre passava l’abito alla collega, la proprietaria lo guardò e disse: “Certo che un abito così bello addosso a una scimmia del genere. Si può proprio vedere! Ha visto quanti peli? Proprio brutta come la fame.”

L’unica cosa che ho imparato lì dentro

Fu in quel momento che capii l’unica cosa utile di quella breve esperienza.

Non fidarti mai di chi parla male dei propri concorrenti. Probabilmente parlerà male anche di te.

C’è una convinzione diffusa in certi ambienti: devo convincere il cliente che sono meglio degli altri. Ma le persone non vengono da una sarta perché è “meglio di”. Vengono perché trovano un’armonia, un feeling, una fiducia che si costruisce nel tempo e con il rispetto.

Nessun paragone al ribasso costruisce quella fiducia. La distrugge, insieme alla reputazione di chi lo fa.

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