Sono passati sei anni dal mio ultimo corso in presenza, fermato per via del covid, e ripreso solo quest’anno. E ben dodici dal mio primo.
Ricordo come se fosse ieri la sensazione che provavo a quel primo corso, quell’amore che avevo per condividere una passione. Le mie spiegazioni erano ancora molto acerbe e probabilmente ostentavo una sicurezza che non avevo del tutto. Ma sapevo che ognuna di loro era lì per imparare qualcosa di bello, e che ero io a guidarle in un mondo che per me è libertà. Esprimere ciò che siamo, creatività, ingegno.
Eppure, una sera di quelle, la lezione più importante la imparai io.
E mi ci vollero anni per comprenderla appieno.
La maglietta con i volant
Eravamo andati avanti con le lezioni. Avevo spiegato alcune tecniche base e proposi un progetto diverso per ognuna, allo stesso livello di semplicità. Burda alla mano, dissi: scegliete il modello che preferite e io vi aiuto.
Mentre correvo da una parte all’altra, una di loro mi venne vicino tenendo in mano il suo progetto, una maglietta con i volant. Era frustrata perché non riusciva ad attaccare il volant con una cucitura diritta.
Io ero impegnata ad aggiustare gli spilli di un altro lavoro e le dissi con leggerezza: tranquilla, non è un problema.
Poco convinta, tornò alla macchina. Ma dopo un po’ la vidi tornare ancora più tesa. Quella cucitura la stava facendo impazzire.
Questa volta controllai con più cura il lavoro. Era davvero un bel lavoro: la cura nelle cuciture, la scelta del tessuto, un disegno a fiori adorabile. E poi quella benedetta cucitura. Un po’ storta, ma non quanto immaginasse lei. Faceva una leggera curva di forse un millimetro, un margine di errore normalissimo. Anzi, considerando che stava usando una macchina casalinga e cuciva da poco più di uno o due mesi, aveva già una precisione che a pochi manca. E poi era una cucitura che non si sarebbe mai vista.
Continuai ad insistere: non si vedrà, è una cosa da poco.
Lei mi guardò e disse: «Dici così perché non sarai tu ad indossarla.»
E non la vidi più al corso.
Dove avevo sbagliato?
Ci misi molti anni a capire, ogni tanto mi tornava in mente quell’immagine, a volte il volant, a volte il tessuto con quella stampa delicata e a volte il suo volto teso. E ogni volta mi domandavo cosa avrei potuto fare di diverso.
Ci arrivai molto tempo dopo.
Ad un certo punto, mi resi conto che quel momento lei non aveva bisogno che qualcuno le dicesse che andava bene. Aveva bisogno che qualcuno capisse perché non andava bene per lei. Aveva bisogno che mi fermassi, che la guardassi davvero, che le chiedessi: cosa senti quando guardi questa cucitura? Cosa vedi?
Invece le dissi che non si sarebbe vista. Come se il problema fosse la cucitura, e non lei che la indossava.
Avrei potuto proporre di scucire e rifare insieme. Dopotutto, scucendo si impara. Avrei potuto dirle che a me quella maglietta piaceva davvero, che l’avrei indossata io volentieri. Avrei potuto fare mille cose.
Non ne feci nessuna.
Il mio obiettivo era tirare fuori qualcosa di bello da lei. E invece finii per farla sentire più sola di prima.
La incontro ancora
È una conoscente di vecchia data. Vivo in un paese piccolo, e i paesi piccoli non perdonano nulla, nel senso che non ti lasciano dimenticare.
La vedo ancora. Al mercato, per strada, nei posti che frequentiamo da sempre entrambe. Ci salutiamo, come ci si saluta quando ci si conosce da una vita e non c’è nulla da dirsi.
Non abbiamo mai parlato di quella sera.
Non so se ci pensa ancora. Non so se quella maglietta l’ha finita, o se è rimasta in un cassetto, o se l’ha buttata via. Non so se ha ripreso a cucire o se ha smesso per sempre.
So solo che ogni volta che la vedo, per una frazione di secondo, torno in quella stanza. Rivedo le sue mani che reggono il lavoro. Rivedo i fiori sul tessuto. Rivedo il suo sguardo quando mi ha detto quella frase.
Dici così perché non sarai tu ad indossarla.
Aveva ragione.
Quello che ho imparato
Quando facciamo qualcosa con le nostre mani, ci esponiamo. Ci esponiamo alle critiche positive e a quelle negative. E a volte abbiamo così paura di non essere abbastanza che ci fermiamo prima ancora di mostrare quanto valiamo.
Ma quella voce che dice non ce la farai, non sei abbastanza non si zittisce ignorandola. Si zittisce solo quando qualcuno si ferma, ti guarda, e ti dice: ti vedo. Capisco. Proviamo insieme.
Io non lo feci. E me ne pento ancora.
Da quella storia ho imparato due cose che ora cerco di non dimenticare mai: ascolta prima di rispondere. E non preoccuparti che le cose siano perfette. Preoccupati di dare il 100%.
Il resto, scucendo, si impara.
